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SCUOLA: BAMBINI, ADOLESCENTI E INSEGNANTI ALL’OPERA. MA COME?

Postiamo sul nostro blog l’interessante articolo comparso su La Stampa, lunedì 15 settembre 2014, scritto dal professore e scrittore Alessandro D’Avenia. Come sempre il suo punto di vista è molto illuminante e la sua capacità empatica ci aiuta a ragionare! BUONA LETTURA. 

Gli Psicologi di Synergia centro Trauma.

LA LEZIONE FRONTALE NON BASTA PIU’.
Se sapessi di avere una classe di 30 e più ragazzi prima mi dispererei poi mi rimboccherei le maniche, come mi è capitato. Se il lavoro dell’insegnante fosse quello di “erogare” lezioni i numeri non conterebbero, caricheremmo le nostre lezioni sulla rete e ci risparmieremmo l’odore della classe. Se teniamo in piedi il sistema “analogico” è perché siamo convinti che insegnare sia una relazione attuale: spazio e tempo condivisi nel dinamismo della vita e delle vite, qualsiasi odore abbiano. In classi fatiscenti o belle, sovraffollate o ordinate, abbiamo sempre tre compiti dettati dalla professione: amore per ciò che si insegna (conoscenza e passione: studium), amore per il chi a cui si insegna (empatia: non sentimentalismo né psicologismo d’accatto, ma riconoscimento dello studente come soggetto di un “inedito stare al mondo” e non oggetto da cui ottenere prestazioni), amore per il come si insegna (creatività didattica che rinnova ogni lezione in base ad allievi e contesto: metodo). Ma perché il lavoro in classe sia efficace occorre essere messi nelle condizioni di poter curare queste tre dimensioni: avere troppi studenti mina (oltre che la pazienza) l’efficacia del lavoro. Ho sempre contato le mie ore di insegnamento non sulla base delle ore in classe (le famose 18 ore), ma delle ore che richiede il numero di alunni: interrogazioni, colloqui con i genitori e con lo studente, programmi mirati, correzione compiti, attività di potenziamento fragilità e di sviluppo talenti. Aggiungerei al dibattito sulla buona scuola (anche se sarebbe tempo di agire più che discutere su problemi evidenti da anni) di considerare la possibilità di aggiungere un coefficiente correttivo del numero di ore in cattedra, basato sul numero di alunni per classe. Conterei quasi come doppie le ore in una classe da 30 e più alunni, considerato 15 il numero ideale. Con tutti i precari in cerca di ruolo è proprio necessario mortificare insegnanti già oberati e stanchi, invece di investire in modo coraggioso su nuove leve?



Ma mentre si dibatte noi entriamo in classe lo stesso: proprio per quei 30 e più. Si può insegnare in una classe così? Forse sì a fronte del correttivo proposto sopra, ma non solo.

Siamo tuttora ancorati ad un tipo di lezione frontale in cui i ragazzi sono oggetto del nostro sapere da conferenzieri: la disposizione dei banchi lo dimostra. Tutto il contrario del cosiddetto “apprendimento cooperativo”: attività, sperimentate da anni, che permettono al docente di essere meno protagonista in classe e più nella preparazione della lezione (obiettivi, strategie, tempi, verifiche molto chiari e dichiarati: non si fa così sul lavoro?). L’insegnante diventa orientatore e i ragazzi soggetti dinamici e protagonisti dell’apprendimento.



In una cultura dal sapere sempre più reticolare, collaborativo, induttivo ed euristico, è necessario rinnovare una scuola ancora basata quasi del tutto su processi di apprendimento frontali e generici (ognuno prende quello che può dalla stessa conferenza), individualistici (attività svolte quasi del tutto singolarmente, soprattutto in fase di verifica), deduttivi e ripetitivi (nozioni da applicare in esercizi e interrogazioni, addestramento e non scoperta sollecitata da motivazioni interne).


Metodi collaborativi liberano dall’angoscia dei grandi numeri, delle scadenze, dell’improvvisazione. Chi li usa lo sa: la classe diventa un insieme di gruppi di scopo, connessi in un tipo di apprendimento attivo e responsabile anche verso gli altri, senza per questo abbassare l’asticella dell’impegno, anzi la si alza. L’apprendimento solipsistico ci rende insensibili alle difficoltà degli altri e insensatamente conflittuali, al contrario di quando bisogna occuparsi e poter contare sul sapere altrui: conosco una classe in cui la presenza di un disabile ha reso il gruppo unito, collaborativo, aperto e più impegnato. Presi da narcisismo auto-affermativo e da guicciardiniano interesse per il nostro “particulare”, molta della nostra italica difficoltà a occuparci del bene comune trova in classe le sue radici e, in una scuola rinnovata, la sua possibile cura. (Fonte: http://www.profduepuntozero.it) 




“INSEGNIAMO AI NOSTRI FIGLI A PENSARE LATERALMENTE”

Sono le parole di Ken Robinson, un ex insegnante di educazione artistica, oggi considerato uno dei più grandi esperti in campo educativo. Partendo dal concetto di CREATIVITA’, egli ragiona su come l’educazione e in particolare il sistema scolastico siano oggi basati su modalità antiche e non al passo con i cambiamenti sociali, culturali ed economici.
Egli si chiede: “qual è il tipo di educazione adatta alla nostra epoca?”
Per capire cosa egli suggerisce, vi invito a guardare questo video in cui egli stesso spiega in modo molto semplice il suo punto di vista. Egli parla di PENSIERO LATERALE, espressione coniata dallo psicologo maltese Edward De Bono, che indica una capacità di risolvere i problemi in modo creativo e da diverse prospettive. 
Non voglio anticiparvi altro… ascoltate!

Certo, creatività è saper inventare qualcosa dal nulla, aver ingegno e fantasia. Buone risorse soprattutto per affrontare momenti di crisi o difficoltà.
Vi riporto, per concludere, una vignetta che Robinson descrive in un’intervista, spiegando cos’è la creatività:

Una bambina, che ho conosciuto, stava facendo un disegno. La maestra le si avvicinò chiedendole cosa stesse disegnando. Lei le rispose che stava disegnando Dio. La maestra allora le disse che nessuno sapeva che immagine avesse Dio. Ma lei la lasciò a bocca aperta rispondendole: «Adesso, con il mio disegno, lo vedranno tutti“.

Dr. Giovanna Olivero
Psicologa- Psicoterapeuta
Specialista età evolutiva
Riceve a Bra e Moncalieri
cel.: 3477025158