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ADOLESCENZA: TRA BISOGNO D’AMORE E PENSIERI DI MORTE.

E’ di queste settimane l’angoscia dilagante, non solo dei genitori, relativa alla scoperta su internet di chat che adescano e inducono al suicidio. 

In un mondo in cui tutti siamo connessi e tutto è a portata di clic, ciò che gli adolescenti ci raccontano a gran voce è la mancanza di relazioni vere e il bisogno di qualcuno che sia disposto ad ascoltarli e a guardarli negli occhi, riconoscendo importanza e significato a ciò che provano.

spesso diamo la colpa agli adolescenti e ai nostri figli di essere troppo “attaccati” al cellulare o al pc… Ma questo è solo un modo per stare con gli altri…  Forse toccherebbe a noi adulti meditare su quanto noi stessi siamo disposti a stare con loro… 
Se noi adulti siamo disposti ad ascoltare e ad essere curiosi verso il loro mondo, io penso che la nostra relazione con loro potrebbe diventare una buona alternativa alle chat virtuali.


Vi allego il link, e per comodità anche l’articolo qui sotto, di un meraviglioso articolo che il professor D’avenia ha scritto proprio su questo argomento, partendo da un serie tv incentrata sulla mancanza d’amore che porta un’adolescente al suicidio.

Buona lettura.

Dr Olivero Giovanna
psicologa  psicoterapeuta
specialista età evolutiva


http://www.profduepuntozero.it/2017/05/19/tredici-lassordante-vuoto-damore-serie-tv/

Tredici: l’assordante vuoto d’amore in una serie TV

La serie tv «Thirteen reasons why» («Tredici» in Italia) racconta la storia di una 17enne suicida che lascia tredici audiocassette per spiegare le ragioni del suo gesto.
***
Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.
La Stampa, 18 maggio 2017 

20 NOVEMBRE 2015: GIORNATA INTERNAZIONALE DELL’INFANZIA.

UNO SPOT SULLA DIVERSITA’ CON I “BRACCIALETTI ROSSI”.


“Un tema forte, centrale, su cui sensibilizzare giovani e adulti: la diversità come valore, in tutte le forme in cui si manifesti, di ceto sociale, religione, razza, orientamento sessuale, cultura.

Uno spot di 30″ che però ha la forza di arrivare a un pubblico vasto, perché ad interpretare il breve filmato sono alcuni dei ragazzi di Braccialetti Rossi, la serie diventata fenomeno fra i giovani, veicolo eccezionale di valori positivi.


E’ anche per questa ragione che il Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Vincenzo Spadafora ha chiesto la collaborazione di quattro dei protagonisti della serie e così è nato uno spot molto speciale che verrà trasmesso dalla RAI, da Mediaset, da La7 e da altri canali TV, proiettato nei cinema, distribuito su alcuni circuiti e pubblicato sul sito dell’Authority (www.garanteinfanzia.org) e su diverse piattaforme online. L’occasione è data dal 20 novembre, Giornata internazionale dell’infanzia, che da sempre è un momento di iniziative, riflessioni, proposte e impegni da prendere a favore di bambini e adolescenti.


Spiega il Garante: «Si vedono troppi episodi di intolleranza, di non accettazione di chi la pensa o si comporta diversamente da noi. E’ dal confronto e dal dialogo che si costruiscono modelli di convivenza e si migliora la realtà. I Braccialetti Rossi hanno avuto una presa sui giovani senza eguali e sono diventati in qualche modo dei “modelli” perché non rinunciano al proprio futuro, perché credono nell’amicizia, perché non si chiudono in sé stessi, ma si aprono agli altri, perché non si arrendono».


La “storia” raccontata nello spot è riassumibile in poche parole: due gruppi di ragazzi su una spiaggia, quasi due mondi. Tanto che alcuni dei ragazzi del secondo vengono mandati via in malo modo perché non affini, non omologati, diversi. Invece dell’accettazione e del confronto (persino della curiosità), l’esclusione. «La diversità è una ricchezza», ricorda la ragazza del secondo gruppo.”

ADOLESCENTI E ISOLAMENTO SOCIALE.

Nel 2006, in Giappone, uno studio sociologico svolto dall’istituto di Sociologia dell’università di Tokyo, evidenziò un fenomeno sociale piuttosto allarmante che riguardava gli adolescenti e i giovani dell’intero Paese. Il loro vivere quotidiano era caratterizzato da un vero e proprio ritiro sociale, spesso ricercando livelli massicci di isolamento dal mollo esterno e/o dalla realtà. Ciò si concretizza molto spesso con un aumento dell’uso del computer, di internet, delle chat, come unico mezzo di sfogo. Questo fenomeno è stato definito “hikikomori”, che letteralmente significa “stare in disparte, isolarsi”.


A oggi questo fenomeno è fortemente in aumento anche negli USA e in Europa.

Recentemente anche L’ONU, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNICEF se ne stanno occupando in modo ufficiale.
Su questo tema, qualche giorno fa è stato pubblicato sul quotidiano on-line linkiesta un interessante reportage, da parte della giornalista Lidia Baratta. 

Qui di seguito il suo articolo.

“Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.

La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.

«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».

L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.

Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libroAdolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».

Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. «Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».

Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.

Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.

Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.

Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno(…)». 

(FONTE: http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia)



Nel nostro centro ci occupiamo anche di ADOLESCENTI. Ci sono psicoterapeuti specializzati sull’età evolutiva che potranno aiutare loro ed i loro genitori per trovare una via per affrontare il problema che li costringe all’isolamento.


Chiamaci:  3315049340 oppure 3477025158.
Risponderà una Psicoterapeuta con cui potrai parlare per prendere un appuntamento.


Vai alla pagina del nostro sito: https://www.synergiacentrotrauma.it/arg_Prendere-Appuntamento_120










L’ADOLESCENZA NON E’ UNA MALATTIA!

4 aprile 2014. Incontro all’Auditorium Bipielle Center di Lodi per l’assegnazione del premio AttivaMente 2014 con l’insegnante e autore di romanzi Alessandro D’Avenia.
Ecco il video integrale. Ascoltate, pensate e …divertitevi!




LETTURE IN ADOLESCENZA: “COSE CHE NESSUNO SA”

E’ questo un libro che parla di adolescenza a chi di adolescenza ne sa… perché la sta vivendo in prima persona. Ma parla anche all’adolescente e al bambino che c’è in ognuno di noi.

Attraverso il personaggio di Margherita, l’autore, Alessandro D’Avenia, racconta di una quattordicenne che si ritrova ad affrontare nel pieno della vita un grande dolore, diventando a poco a poco una donna e trovando il coraggio di Telemaco per vivere il suo viaggio di vita. 
Egli scrive:

“Gioia e dolore vengono dal cuore e sono la chiave per entrarci. Gioia e dolore piangono le stesse lacrime, sono la Madreperla della vita e quel conta nella vita è mantenere intatto per pezzo di cuore, così difficile da raggiungere, così difficile da ascoltare, così difficile da donare, perché lì tutto è vero.”

Vi lascio con la presentazione multimediale del libro. Buon ascolto.