Articoli

meno antibiotici ai bambini, lotta ai superbatteri

La Stampa di Torino pubblica in data 31 dicembre 2017 un articolo molto importante che forse però in pochi avranno letto: ” Meno antibiotici nella lotta ai super batteri ” di Ilaria Capua.
Da una ricerca fatta a livello europeo abbiamo scoperto che gli italiani (pari solo ai greci) sono i maggior “antibiotico  – resistenti” d’ Europa. Cosa significa ? 
Non è certo un record di cui andare fieri ! Significa che a forza di prendere antibiotici, a partire dalla prima infanzia, abbiamo creato una popolazione di adulti resistenti agli antibiotici che hanno la capacità di sviluppare nel proprio corpo dei ceppi di ” Super  batteri ” praticamente invincibili, in grado di resistere a qualsiasi farmaco e quindi di ucciderci. Abbiamo quindi oggi la possibilità di essere uccisi da infezioni banali che prima potevano essere facilmente curate da semplici farmaci che oggi non hanno più nessun effetto. 
Proteggiamo i nostri BAMBINI da un eccesso di farmaci inutili. Li amiamo, li coccoliamo, li adoriamo, e poi li esponiamo a pericoli spaventosi senza esserne consapevoli. 

ESSERE ADOLESCENTE OGGI

“Essere adolescenti oggi” è il titolo di un’indagine svolta da S.O.S. IL TELEFONO AZZURRO ONLUS, realizzata con il patrocinio del Dipartimento delle Pari Opportunità del Governo Italiano.

Lo studio raccoglie i dati relativi alle problematiche degli adolescenti di oggi, sulla base delle loro stesse segnalazioni. Avere una più approfondita conoscenza delle problematiche adolescenziali e delle loro risorse è il punto di partenza per poterli capire e aiutare meglio.
E’ possibile scaricare o leggere gratuitamente l’indagine dal seguente link:

Buona lettura!

ADOLESCENTI E ISOLAMENTO SOCIALE.

Nel 2006, in Giappone, uno studio sociologico svolto dall’istituto di Sociologia dell’università di Tokyo, evidenziò un fenomeno sociale piuttosto allarmante che riguardava gli adolescenti e i giovani dell’intero Paese. Il loro vivere quotidiano era caratterizzato da un vero e proprio ritiro sociale, spesso ricercando livelli massicci di isolamento dal mollo esterno e/o dalla realtà. Ciò si concretizza molto spesso con un aumento dell’uso del computer, di internet, delle chat, come unico mezzo di sfogo. Questo fenomeno è stato definito “hikikomori”, che letteralmente significa “stare in disparte, isolarsi”.


A oggi questo fenomeno è fortemente in aumento anche negli USA e in Europa.

Recentemente anche L’ONU, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNICEF se ne stanno occupando in modo ufficiale.
Su questo tema, qualche giorno fa è stato pubblicato sul quotidiano on-line linkiesta un interessante reportage, da parte della giornalista Lidia Baratta. 

Qui di seguito il suo articolo.

“Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.

La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.

«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».

L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.

Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libroAdolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».

Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. «Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».

Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.

Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.

Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.

Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno(…)». 

(FONTE: http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia)



Nel nostro centro ci occupiamo anche di ADOLESCENTI. Ci sono psicoterapeuti specializzati sull’età evolutiva che potranno aiutare loro ed i loro genitori per trovare una via per affrontare il problema che li costringe all’isolamento.


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FILM: “THE GIVER – IL MONDO DI JONAS”

Dedichiamo questo spazio al commento di un interessante film recentemente uscito nelle sale cinematografiche, dal titolo “The giver – Il mondo di Jonas”, tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza distopica per ragazzi, di Lois Lowry (1993).

IL FILM.

Con
l’intento di salvaguardare l’essere umano da se stesso e dai propri istinti che
l’hanno condotto quasi alla distruzione, il gruppo degli Anziani ha creato una
società utopistica, in cui non esistono diversità, non esistono cambiamenti,
non esistono emozioni. Ogni persona della comunità vive senza alcun tipo di
problema o pensiero: non ci sono malattie, non ci sono morti, non ci sono
contravvenzioni. Tutto scorre come prestabilito, inscatolato all’interno di
regole utopisticamente perfette.

E’
compito di un solo uomo, chiamato il donatore, custodire le memorie
dell’umanità, tenendole lontane dalla comunità e, al momento giusto, tramandare
il compito ad un nuovo giovane custode, Jonas, il cui ruolo sarà quello di
prendere su di sé un enorme fardello.
Il
film si concentra proprio su questo personaggio, a cui viene assegnato tale
compito nel momento più importante della sua vita, il dodicesimo anno di età,
che sancisce attraverso una cerimonia l’iniziazione verso la vita adulta.
Egli,
nuovo raccoglitore di memorie, entrerà in contatto con ciò che è stato
estirpato alla società: le emozioni e i sentimenti. Tutto ciò provocherà una
ribellione del ragazzo, dentro di lui e successivamente verso una società percepita
ora come totalitaria, nel tentativo di cancellare ogni traccia dell’anima
dell’essere umano.
COMMENTO.
Il
film offre moltissimi spunti di riflessione, a partire dalla descrizione di una
società che tenta di omologare tutto e tutti controllando l’intera comunità: in
un certo senso è un po’ ciò che accade nella società odierna, che spesso mette
all’angolo la vera libertà individuale e la scelta di essere “diversi”. Qui, un
caposaldo del film: all’interno di una società di questo tipo, il libero
arbitrio viene eliminato e così facendo ogni essere umano perde la propria
unicità.  Perché? Perché un mondo pieno
di colori e possibilità di scelta offre infinite sfumature e non può essere
controllabile: questo è un rischio.
Leggendolo
da un’altra prospettiva, potremmo dire che, un po’ come succede a Jonas, anche
noi diventiamo adulti quando entriamo in contatto con ciò che c’è di più vero:
le emozioni come l’amore e la speranza, ma anche il dolore e la rabbia.
Del
resto, questo film parla un po’ di ognuno di noi: anche noi tendiamo, a volte,
a farci “un’iniezione” che ci sterilizzi dalle emozioni che ci fanno paura e
così facendo cerchiamo di mantenere il controllo sulla nostra vita.
Potremmo
però dire anche che dentro ognuno di noi vive un “raccoglitore di memorie”, le
quali sopravvivono nonostante i nostri tentativi di resettarle o tenerle
lontante. Qui un ulteriore messaggio del film: soltanto entrando in contatto
con le nostre emozioni più profonde e accettando i ricordi che ci appartengono
potremo “vedere” in modo più autentico noi stessi e il mondo in cui
viviamo. 
Entrare
in contatto con le emozioni e i ricordi scomodi e più dolorosi significa certo
caricarsi di un grande fardello, proprio come succede a Jonas. Ma questo
porterà inevitabilmente con sé un grande cambiamento: ritrovare veramente se
stessi e non esserne più schiavi.
Forse
ognuno di noi, e con ciò concludo, dovrebbe trovare il coraggio di Jonas per
superare le proprie trappole interiori e liberare se stesso dalla prigionia di
un a volte eccessivo controllo.

Dr.  Giovanna Olivero
Psicologa Psicoterapeuta

L’ADOLESCENZA NON E’ UNA MALATTIA!

4 aprile 2014. Incontro all’Auditorium Bipielle Center di Lodi per l’assegnazione del premio AttivaMente 2014 con l’insegnante e autore di romanzi Alessandro D’Avenia.
Ecco il video integrale. Ascoltate, pensate e …divertitevi!




QUANDO UN EDUCATORE TI PUO’ AIUTARE…


Ci sono dei periodi, nella vita di ciascuno, in cui sembra che tutto ci stia crollando da sotto i piedi: la stabilità economica, il matrimonio, l’affetto dei figli e anche la propria autostima sembra svanire improvvisamente. 
In questi momenti ci chiediamo: “e ora, come farò ad affrontare anche questa difficoltà?  Sento tanta stanchezza! Non ce la faccio più!”. 
Ci si sente bloccati.
Non sempre però si ha la voglia di mettersi in discussione e a volte basterebbe solo qualcuno che ci stesse vicino, incoraggiandoci e aiutandoci ad affrontare le cose da un’altra prospettiva. 

Questo è ciò che fa un educatore.



Non aver paura di chiedere il suo aiuto! Chiamare non ti costa nulla, anzi, vedrai: ti aiuterà!
Chiama Synergia Centro Trauma e chiedi di poter parlare con un educatore: 3356765376.

Biagina  Tinebra
Educatrice Professionale

“INSEGNIAMO AI NOSTRI FIGLI A PENSARE LATERALMENTE”

Sono le parole di Ken Robinson, un ex insegnante di educazione artistica, oggi considerato uno dei più grandi esperti in campo educativo. Partendo dal concetto di CREATIVITA’, egli ragiona su come l’educazione e in particolare il sistema scolastico siano oggi basati su modalità antiche e non al passo con i cambiamenti sociali, culturali ed economici.
Egli si chiede: “qual è il tipo di educazione adatta alla nostra epoca?”
Per capire cosa egli suggerisce, vi invito a guardare questo video in cui egli stesso spiega in modo molto semplice il suo punto di vista. Egli parla di PENSIERO LATERALE, espressione coniata dallo psicologo maltese Edward De Bono, che indica una capacità di risolvere i problemi in modo creativo e da diverse prospettive. 
Non voglio anticiparvi altro… ascoltate!

Certo, creatività è saper inventare qualcosa dal nulla, aver ingegno e fantasia. Buone risorse soprattutto per affrontare momenti di crisi o difficoltà.
Vi riporto, per concludere, una vignetta che Robinson descrive in un’intervista, spiegando cos’è la creatività:

Una bambina, che ho conosciuto, stava facendo un disegno. La maestra le si avvicinò chiedendole cosa stesse disegnando. Lei le rispose che stava disegnando Dio. La maestra allora le disse che nessuno sapeva che immagine avesse Dio. Ma lei la lasciò a bocca aperta rispondendole: «Adesso, con il mio disegno, lo vedranno tutti“.

Dr. Giovanna Olivero
Psicologa- Psicoterapeuta
Specialista età evolutiva
Riceve a Bra e Moncalieri
cel.: 3477025158

LETTURE IN ADOLESCENZA: “COSE CHE NESSUNO SA”

E’ questo un libro che parla di adolescenza a chi di adolescenza ne sa… perché la sta vivendo in prima persona. Ma parla anche all’adolescente e al bambino che c’è in ognuno di noi.

Attraverso il personaggio di Margherita, l’autore, Alessandro D’Avenia, racconta di una quattordicenne che si ritrova ad affrontare nel pieno della vita un grande dolore, diventando a poco a poco una donna e trovando il coraggio di Telemaco per vivere il suo viaggio di vita. 
Egli scrive:

“Gioia e dolore vengono dal cuore e sono la chiave per entrarci. Gioia e dolore piangono le stesse lacrime, sono la Madreperla della vita e quel conta nella vita è mantenere intatto per pezzo di cuore, così difficile da raggiungere, così difficile da ascoltare, così difficile da donare, perché lì tutto è vero.”

Vi lascio con la presentazione multimediale del libro. Buon ascolto.

BAMBINI E ADOLESCENTI AL COMPUTER. L’ERA DELLE DIPENDENZE DIGITALI.

Molto è stato scritto sui benefici delle nuove tecnologie di comunicazione: pc, smartphone, tablet… . 
E’ noto che il mondo digitale possa permettere di ampliare le proprie conoscenze, a partire da quelle umane: è più facile scambiarsi informazioni e mantenersi in contatto. Che dire poi delle capacità d’intrattenimento che esse offrono per i figli??? …Una vera e propria manna dal cielo. Non dimentichiamo poi la possibilità che il telefonino offre, di poter maggiormente controllare il proprio figlio in ogni momento.
Negli ultimi anno, però, si sta scoprendo che c’è anche un retro della medaglia. Un’indagine condotta in Gran Bretagna ha rivelato una realtà che psicologi e studiosi del comportamento considerano allarmante. Dietro a quei benefici si nasconde un pericolo che va valutato con attenzione, perché può incidere negativamente sulla crescita di bambini e adolescenti.
Ciò che emerge è che i ragazzi stanno sviluppando sempre più una dipendenza dai dispositivi digitali: la loro capacità comunicativa passa prevalentemente attraverso messaggi e social network e sempre meno attraverso interazioni dirette. Il risultato è un aumento delle difficoltà da parte degli adolescenti, ad interagire con le persone, a parlare in pubblico e ad intrattenere con coetanei semplici conversazioni. 
Inoltre, utilizzare gli smartphone per intrattenere i figli crea alla lunga un effetto di condizionamento. Il bambino che ha sempre lo smartphone a disposizione si sente sicuro perché possiede uno strumento per impegnare il tempo, mentre quando esso non è disponibile, allora tale sicurezza verrà meno perché non saprà cosa fare. Il genitore allora si sentirà in trappola perché non ci sarà modo di contenere i capricci del bambino se non dandogli il tablet su cui c’è il suo gioco preferito! 
Consideriamo poi che, se da un lato essi stimolano la capacità logica del bambino, dall’altra ne limitano fortemente la fantasia e l’immaginazione.
Insomma, l’era virtuale, seppur molto vantaggiosa per certi versi, rischia di allontanare i ragazzi dal mondo reale, senza che noi ce ne accorgiamo!
Che fare allora?
PREVENIRE, prima di tutto. 
E’ importante preservare momenti di vita quotidiana in cui la famiglia possa comunicare e raccontarsi la giornata. E’ indubbio che l’esempio deve arrivare dall’adulto… e qui… un tasto dolente! Siamo noi adulti i primi a dare il cattivo esempio! Diventa allora fondamentale accorgerci dei nostri comportamenti e mettere delle semplici regole che ci impegneremo a rispettare insieme ai nostri figli. Un esempio? Quando si mangia, non ci si alza per rispondere al cellulare. Il momento del pasto deve diventare un momento di confronto. Per chi non è abituato, certo, può essere difficile inizialmente, ma passato il panico iniziale, la sensazione di libertà che si prova è ancora impagabile!
Altro esempio? Quando si studia, non si usa Whatsupp, perché di certo non favorisce la concentrazione! Ecco allora che arriva la discussione: “ti prendo il telefono perché se no non studi!”dice il genitore. “no, tu non me lo prendi perché mi potrebbe servire per chiedere delle cose dei compiti ad una mia amica!” risponde la figlia adolescente. 
L’era digitale ci offre molti vantaggi, che è utile e intelligente poter cogliere, ma con moderazione. permettiamo ai bambini di utilizzare il pc o il tablet con riguardo. L’importante è che non diventino un’esperienza totalizzante e che non si sostituiscano a ciò che essi dovrebbero fare alla loro età, cioè giocare all’aria aperta con i loro coetanei.
Insomma, cari genitori imporre delle regole fa parte della vostra capacità educativa. Le regole sono un freno, un limite, un no che aiuta i vostri figli a fermarsi quando essi non ne sono capaci! 
E voi…. ne siete capaci?
Dott. Olivero Giovanna

Psicologa-Psicoterapeuta dell’età evolutiva.
Riceve a Bra (Studio Gestmed) 
 e Moncalieri (Synergia Centro Trauma).
Tel.: 347.702.5158