Il trattamento con EMDR di bambini sopravvissuti al terremoto del Molise nel 2002

di Cristina Roccia (volontaria EMDR nel 2002 in Molise)

Voglio qui a seguito presentare un’esperienza di terapia con l’EMDR svolta in Molise un mese dopo il terremoto che ha ucciso 27 bambini (in prevalenza di sei anni) a seguito del crollo di una scuola nel novembre 2002. Questa descrizione vuole essere semplicemente un piccolo esempio di come può essere efficace questa tecnica in casi di traumi singoli su soggetti (in questo caso bambini) che hanno una buona coesione del Sé ed un attaccamento sicuro pre-traumatico.

Come si è svolto l’intervento degli psicologi EMDR

L’intervento si è svolto nell’arco di tre giorni con la partecipazione di undici psicoterapeuti dell’Associazione EMDR Italia specializzati nella cura di bambini che hanno subito uno stress traumatico. Abbiamo operato all’interno di una scuola inaugurata da poco, in situazioni di fortuna (ovviamente la scuola in una tendopoli non disponeva di undici salette ed abbiamo dovuto utilizzare persino la palestra per svolgere le nostre sedute). Ogni terapeuta ha svolto una breve anamnesi con i genitori dei bambini da trattare e poi sono state svolte due ore sedute di circa un’ora ciascuna con ogni bambino. In tutto sono stati trattati sedici in tre giorni e tre adulti. Molti bambini avevano perso amici, parenti o fratelli nel crollo della scuola, tutti erano rimasti intrappolati per ore sotto le macerie in attesa dei soccorsi, fra cadaveri e feriti; la maggior parte dei pazienti trattati aveva una diagnosi di PTSD formulata nel primo colloquio iniziale anche con l’ausilio di un questionario dell’Istituto Superiore della Sanità, Protezione Civile Regione Molise.

Quale obiettivo?

L’obiettivo del lavoro non è stato ovviamente quello di fare una terapia al bambino per problemi precedenti il trauma, problemi che non possono certamente essere trattati in tre sedute, ma solo di aiutarli a ridurre i sintomi di PTSD (o prevenire un PTSD) ed elaborare il lutto per la morte di amici e fratelli. I bambini con problematiche pre-traumatiche di particolare gravità non sono stati trattati, ma è stato fatto con loro quello che viene definito come “installazione di risorse”. Tre sedute non sarebbero state sufficienti per lavorare con pazienti così problematici, ma con un maggior numero di sedute anche in questi casi l’EMDR avrebbe potuto essere efficace.

Lucia

Lucia è una bambina di nove anni; si trovava in classe durante il terremoto e mentre disegnava ha visto muoversi i muri, le sedie spostarsi ed il soffitto crollarle in testa. Mi sono nascosta sotto il banco come mi ha detto la maestra e tutto mi è crollato addosso. Ero ferita, avevo male da tutte le parti e la mia faccia era schiacciata fra due pezzi di muro così non potevo muovermi. Sono stata molto molto tempo sotto le macerie. Prima sentivo i miei compagni lamentarsi, piangere, chiedere aiuto. Poi il silenzio… mi sono addormentata. Quando mi sono svegliata ho sentito tutti i miei compagni che urlavano da sotto le macerie che io ero morta. Io ero viva ma non riuscivo a farmi sentire perché la voce non mi usciva dalla gola, e poi ero debole e non riuscivo a gridare. Il momento più brutto è stato quando io ero là sotto e ho visto arrivare i soccorsi. Delle mani dei Vigili del fuoco prendevano i miei compagni, ma io non riuscivo a gridare:

“Ehi ci sono anch’io! Sta a vedere che pensano che sono morta e mi lasciano qui”

ho pensato, ma non riuscivo a far niente per farmi sentire.

Lucia ha una diagnosi di PTSD acuto: incubi, insonnia, flashbacks, mal di testa, mal di pancia, terrore immotivato per tutti i più piccoli rumori, uno stato di iper arausal cronico dal giorno del terremoto. Per quanto riguarda i comportamenti di evitamento per esempio  passa tutti i primi trenta minuti della seduta a parlarmi della sua paura che anche la nuova scuola possa crollare: vuole fare la seduta vicino alle porte di sicurezza e continuamente ne verifica l’efficienza (ma tanto anche queste porte sono inutili perché se crolla il tetto le porte si bloccano), sobbalza quando qualcuno fa il più piccolo rumore fuori dalla stanza e parla senza mai fermarsi del suo terrore che la terra possa tremare di nuovo. Da quel momento Lucia dice di non sentirsi più al sicuro in nessun posto al mondo, e non vuole più tornare in una casa in muratura ma vivere per sempre in una tenda (così se cade non mi ferisce). Il primo intervento con l’EMDR è quello di trovare un posto sicuro ed “installarlo” in modo che diventi una risorsa per il paziente ogni volta verrà colto dall’ansia. Non esistendo posto al mondo definibile come sicuro per la mia piccola paziente, utilizziamo il mondo della fantasia. È il terapeuta a suggerire un posto sicuro perché Lucia non ne trovava nessuno: una tenda? Una casetta di palloncini? Una casetta di dolci? Una casetta tutta di dolci è il posto più sicuro al mondo, dice Lucia, perché io non ho paura che crolli, anzi, non vedo l’ora così mi mangio un sacco di cioccolata, biscotti e caramelle. La casetta è in mezzo a un campo così nessuna casa ci cade addosso quando viene il terremoto. Disegniamo la casetta su un foglio e poi appiccichiamo il disegno sul diario scolastico di Lucia in modo che possa sempre essere a portata di mano. Installiamo la casetta con i movimenti oculari e Lucia “si lecca i baffi” con aria beata mentre pensa alla casetta. Le insegno anche il butterfly Hug 1 in modo che possa ritornare da sola nel posto sicuro quando io non ci sarò più (cosa che Lucia farà la notte dopo, durante l’ennesima piccola scossa di terremoto dicendomi di averne tratto grande giovamento).

Terminata questa prima fase lavoriamo sull’immagine più disturbante che Lucia ha del terremoto che risulta essere quelle di lei che viene scambiata per morta.

Attraverso diversi set di movimenti oculari accade in Lucia qualcosa che non mi comunica ma che ha effetti incredibilmente positivi su di lei. Che strano, mi sento tranquilla… e ancora … mi sembra di essere nella casetta … ed altri interventi di questo genere danno l’idea al terapeuta che qualcosa di importante sta accadendo senza che la bambina debba metterlo in parola. Al termine della seduta (durata 75 minuti) Lucia spontaneamente si reca verso l’uscita di sicurezza e dice con aria soddisfatta: Che strano. Chissà perché prima pensavo che non si aprissero bene queste porte. Funzionano benissimo. Domani torni?

La sera stessa il telegiornale comunica che anche l’ultimo bambino ferito nel terremoto, Luca, è morto in ospedale. C’è un riacutizzarsi del dolore collettivo, ed anche Lucia piange molto a casa: era un suo amico del cuore e ha voluto rivedere tutte le foto in cui lei era ritratta insieme al suo amichetto. Sai, dove guardavo vedevo solo morti sotto le macerie. Ero circondata dai miei amici morti, con le teste schiacciate, il sangue che colava. Tutti morti. Luca però mi parlava, lui era vivo.

Mi diceva:

“Salvami tu Lucia, aiutami, tu puoi farlo, fai qualcosa, dammi l’acqua, tirami fuori di qui”. Ma io non mi potevo muovere. Poi arrivano i soccorsi e quando mi tirano fuori Luca mi urla “stronza, tu te ne vai e mi lasci qui. Aiutami, non andare via!”

Io appena sono uscita l’ho detto che Luca era là sotto, non è colpa mia se è morto, io l’ho detto. Ma non volevo salire sull’ambulanza perché volevo vedere se lo tiravano fuori. La mia mamma mi ha abbracciata ma io pensavo a Luca che mi diceva che era colpa mia se non lo salvavo.

Lavoriamo con l’EMDR sull’immagine più disturbante di quel momento così drammatico ed emerge un racconto sconvolgente:

 Io ero là e vedo un Vigile del fuoco che mette la mano vicino a me. Penso: “sono salva”, ma lei invece di salvarmi mi dice: “bambina, spostati che devo fotografare i morti”.

Io non capivo, pensavo fosse impazzita che invece di salvarmi mi voleva ammazzare perché se mi spostavo mi cadeva tutto in testa. Solo dopo ho capito che era una giornalista travestita da pompiere. È colpa dei giornalisti se tanti bambini sono morti perché hanno rallentato i soccorsi. Io li odio i giornalisti. Anche quando sono uscita vedevo la sua faccia da tutte le parti, anche dove non c’era, ero perseguitata dalla sua faccia.  La bambina, attraverso un set di movimenti oculari, compie un percorso in cui passa dalle scene di morte a quelle in cui si vede viva e alla fine fra le braccia della sua mamma all’ospedale, nella scuola nuova. Sono felice di vivere perché vivere è bello dirà al termine della seduta. Riprendendo nuovamente l’immagine disturbante appare evidente che c’è ancora una forte rabbia che disturba la mente di Lucia. Lavoriamo con l’EMDR su questa rabbia ed alla fine, attraverso una serie di fantasie di vendetta tipicamente infantili (la giornalista mi viene voglia di metterla nel water e di buttarla nel cestino dell’immondizia) Lucia termina i movimenti oculari dicendo che si sente serena e che ormai non è più così arrabbiata con la giornalista perché tanto si trova nell’immondizia e lei invece è nella scuola nuova. Ritornando all’immagine iniziale emerge nuovamente il dolore per la morte del suo amico Luca: rivede l’immagine della bara vista in televisione. Occorre fare un lavoro sull’elaborazione del lutto con l’EMDR e attraverso una serie di movimenti oculari Lucia riesce a dirsi che Luca è morto e lei non può farci niente, che non è colpa sua se è morto e riesce anche a ricordare una serie di momenti belli trascorsi con lui.

Lucia tornerà il giorno successivo per la chiusura del lavoro terapeutico. Ha un album di fotografie in mano e me le vuole far vedere: vedi, questo è vivo e questo è morto, questo è vivo e questo è morto. Questa è la foto della mia festa di compleanno e metà dei bambini nella foto sono morti. Alla richiesta di sapere perché mi mostrasse quelle foto così dolorose Lucia mi risponde che le hanno salvate da sotto le macerie della sua casa lei e la mamma, sono importanti, e poi è bello pensare di essere vivi. Vedi, adesso anche se mi dispiace per i miei compagni morti riesco a sorridere pensando di essere viva. Torni domani?

Lara

Lara ha sette anni e si trovava nella classe dove il terremoto ha ucciso tutti i bambini tranne lei ed un’altra bambina. Dall’intervista clinica iniziale e dall’anamnesi con i genitori emerge una diagnosi di PTSD; insonnia, incubi, stato di ansia generalizzato, mal di testa. Lara è ipercontrollata nell’eloquio, nella postura, nell’esternazione delle emozioni: sembra un pulcino spaventato da tutto che teme anche solo di parlare. Sussurra infatti al posto di parlare. Tutta la prima seduta viene impegnata a installare il posto sicuro. Lara non riesce neppure con la fantasia a sentirsi al sicuro da qualche parte. Tutto il mondo è in pericolo, la fantasia è bloccata, l’espressione grafica anche. Con molta fatica arriviamo a concordare che un posto sicuro potrebbe essere una casa di palloncini sospesa a mezz’aria legata al cielo con una corda a cui la bambina si può tenere. Nella casa c’è anche la sua mamma. Lara però non riesce mai a rilassarsi ed anche nei movimenti oculari in cui si cerca di farla sentire al sicuro le viene il mal di testa. Il terapeuta le dice che ci sono troppi pensieri nella sua testa. Lara concorda e disegna delle nuvole nere, sempre più nere, il tratto pesante e marcato. Sono tutte le nuvole che stanno nella mia testa, per questo mi viene il mal di testa. Facciamo così insieme un lavoro, sempre con i movimenti oculari, in cui cerchiamo di immaginare tutte le nuvole nere che escono dalla sua testa: dalle orecchie, dai buchi del naso. Un debole sorriso appare sulle labbra di Lara. Domani lavoriamo sulle nuvole nere.

La nuvola più nera di tutte è l’immagine della faccia di Veronica, la sua amica del cuore, schiacciata sotto le macerie, piena di sangue. Veronica piange, si lamenta, le chiede aiuto. Aveva il viso incastrato fra due pezzi di muro e non poteva girare la faccia, voleva sempre che le parlassi e se stavo zitta urlava: “parla, non lasciarmi sola. Aiuto, Lara è morta!” ma io non ero morta, ero solo stanca, volevo dormire, non vedere più niente, e sentivo sempre la sua voce. Ero convinta che stavo per morire. Lavoriamo con i tamburellamenti (un altro tipo di movimenti ritmici destra – sinistra che si effettuano sulle mani del paziente con gli occhi chiusi) su questa immagine e Lara vede dei volti tutti ricoperti di maschere arancioni. Dopo qualche tempo comprende che sono i volti dei suoi amici morti che la rimproverano di essere ancora viva mentre loro sono tutti morti.

“Io dovevo morire, era meglio se morivo”.

Lavoriamo sul senso di colpa per essere sopravvissuta e Lara fa una serie di associazioni molte delle quali comunicate solo attraverso la mimica facciale. La bambina ha paura di parlare. Durante un set di tamburellamenti Lara di colpo esclama: non è colpa mia se sono viva! Dopo questa esclamazione la bambina cambia argomento, vuole smettere l’EMDR per disegnare. Io sono un’artista sai, ti faccio vedere come disegno bene. Tutti me lo hanno sempre detto che diventerò una pittrice. Lara disegna veramente bene; due bellissime farfalle colorate troneggiano sul foglio bianco. Interpreto questi movimenti della mia piccola paziente come una resistenza alla terapia, una voglia di fermare il processo di elaborazione troppo doloroso.

Il ritorno alla normalità

Per fortuna ho avuto il buon senso di tacere perché solo al termine della seduta capirò fino in fondo il significato di quelle due farfalle. La bambina vuole uscire ed andare in altalena. È così tanto insistente che non riescono ad impedirglielo e con qualche riluttanza acconsento. Lara fa un gesto molto buffo quanto profondo: con un grande soffio butta le nuvole nere nel bidone dell’immondizia (non dimentichiamo che ci trovavamo in uno sgabuzzino!). Le lascio qui. Sono solo immondizia. Io adesso vado a divertirmi!

Lara ride in altalena, sembra un’altra bambina rispetto a quella che avevo conosciuto, vuole che la spinga in alto fino al cielo e quando sta andando velocissima esclama gridando:

“Io adesso rido e mi diverto, così quando morirò almeno me la sarò goduta questa vita! Voglio ridere perché vivere è bello!”

Lara torna in classe:

“Maestra, questa terapia ha funzionato benissimo, adesso vado persino in altalena!”

L’EMDR ha ridato a Lara la voglia di vivere in due sedute. È molto probabile che adesso ci siano le condizioni per evitare che la bambina sviluppi un PTSD in futuro.

La video testimonianza di una sopravvissuta al terremoto

Come l’EMDR può aiutare ad affrontare e superare il trauma