Conseguenze a breve e lungo termine dell’abuso sui bambini

Questa sezione, scritta da Cristina Roccia, parla dell’abuso dei bambini ed  è un po’ “tecnica”. Seppure possa risultare di difficile comprensione per i non addetti ai lavori, se sei una persona che ha subito un abuso o un maltrattamento infantili, o se conosci una persona o un bambino che li ha vissuti, non scoraggiarti e prova a leggere lo stesso. Magari non capirai tutto, ma forse potrai trovare spunti di riflessione interessanti e utili sul tuo modo di essere e sulle ” tue stranezze ” alle quali non sei mai riuscito a dare un significato.

La perdita di controllo sulla realtà esterna

La perdita di controllo sulla realtà esterna

Felicity De Zulueta ha dimostrato che il trauma (quindi anche l’abuso sessuale, l’incesto ed il maltrattamento) rappresenta per la vittima, a maggior ragione se piccola, una grave frustrazione a quel bisogno di controllo sulla realtà esterna che costituisce un bisogno fondamentale dell’essere umano. L’idea di essere invulnerabili (Non può capitare proprio a me!), l’idea che il mondo abbia significato (quello che accade ha un senso) e, per molti, che si valga come persone (sono un essere umano e come tale il mondo mi rispetta, non mi attacca), sono i tre presupposti inconsci che utilizziamo per affrontare la vita di tutti i giorni.

I sintomi presenti nel Disturbo post-traumatico da stress, possono in gran parte essere collegati al crollo degli assunti di base delle vittime su sé stesse, e sul proprio mondo.

Il trauma, l’abuso sessuale, l’incesto, il maltrattamento ma anche la violenza psicologica grave, distruggono nel bambino tre elementi fondamentali della sua evoluzione mentale:

1) quel senso di invulnerabilità/inviolabilità del Sé che, quando non sconfina in forme esagerate, costituisce un vissuto basilare di fiducia e di sicurezza nel proprio futuro. Ognuno di noi sostanzialmente si aspetta che il mondo sia relativamente sicuro e prevedibile, mentre le vittime di aggressioni sessuali imparano presto che nulla è prevedibile, che non si hanno certezze su ciò che è bene e ciò che è male, che il mondo non è sicuro e che la certezza di arrivare sani e salvi alla fine della giornata è una pura illusione. Peggio ancora è se l’aggressione viene messa in atto da un membro della propria famiglia, visto che il bambino si immagina “prevedibile” e “sicuro” l’adulto che si trova dentro le mura domestiche.

2) la possibilità di dare un senso positivo alla propria esperienza e alla propria esistenza. I bambini abusati vivono una tale orrore che elaborano un’immagine di sé terribile, negativa.

3) l’autostima. Il maltrattamento e l’abuso sessuale distruggono per sempre l’autostima delle piccole vittime.

Di fronte all’impatto di accadimenti violenti e di comportamenti di abuso sessuale e di maltrattamento, il bambino perde in modo drammatico il controllo sulla realtà del mondo esterno, e del mondo adulto in particolare, e smarrisce la percezione rassicurante della propria inviolabilità e del proprio valore in quanto persona. Che un genitore o una persona cara al bambino commetta violenze e abusi e del tutto impensabile, imprevedibile, inspiegabile, e fa sentire il minore costantemente in allarme, incapace di rilassarsi né dentro né fuori casa.

Perché proprio a me?

Perché proprio a me?

Non a caso molte piccole vittime di maltrattamento, di abuso sessuale e di incesto pongono spesso ad interlocutori adulti che hanno dato prova di capacità di ascolto: “Perché proprio a me?”. Cercano in altri termini di dare un senso ad un’esperienza di violenza che a ben vedere non si presta ad alcuna spiegazione, e che non può presentare alcun significato positivo. L’unica risposta a questa domanda, e tutti noi cerchiamo sempre di dare un senso alla realtà che ci circonda! è quella dell’attribuzione a sé di una colpa. Meglio sentirsi colpevoli che impotenti!

Per il bambino è meglio tentare di dare un significato al maltrattamento e all’abuso sessuale, sentendo di averlo in qualche modo provocato e “meritato”, piuttosto che prendere atto, con una consapevolezza che risulterebbe per certi versi sconvolgente, della propria assoluta infermità e fragilità in un mondo dove gli adulti sono capaci di perversione e di follia, sottraendosi a ben vedere a qualsiasi rassicurante idealizzazione.

Conseguenze sul cervello dei bambini

Conseguenze sul cervello del bambino

Le ricerche e gli studi compiuti in questo campo ci rendono consapevoli degli esiti psicopatologici, cioè gravi e duraturi, in età adulta delle forme di abuso all’infanzia.

Tale incidenza sul generare disturbi psicologici è spiegabile a partire dagli studi condotti sull’attaccamento, che rivelano come le varie forme di abuso all’infanzia danneggino i Modelli operativi interiorizzati (MOI) dei bambini,

Gli studi neurobiologici sullo sviluppo mentale infantile dicono con sicurezza che le esperienze traumatiche croniche e le modalità maltrattanti continuate nei primi anni di vita del bambino producono la sofferenza e la morte di neuroni attinenti alle aree dell’intelligenza, ma anche del sistema parasimpatico, ormonale, immunitario. Il patrimonio che il neonato possiede si struttura e si articola non a seguito della stimolazione sensoriale ma in base alla comunicazione sintonica e affettiva che si stabilisce con le figure di attaccamento

È la relazione di attaccamento che forma e definisce la mente del bambino.

Le ricerche scientifiche provano che:

se l’attaccamento è sicuro e c’è sintonia emotiva tra il caregiver e il bambino, quest’ultimo interiorizza le basi e i metodi dell’auto-promozione e dell’auto-organizzazione. (Stern 1990, Siegel,1999). Quando invece i legami sono fonte di esperienze negative e traumatiche, compromettono il funzionamento cognitivo ed emotivo sul piano neurologico producendo un’alterazione duratura nei circuiti cerebrali e nel sistema che media la risposta allo stress (asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrenale sistema noradrenergico).

Le conseguenze neurobiologiche del maltrattamento precoce comprendono l’alterazione di altri sistemi cerebrali fondamentali, i sistemi delle benzodiazepine, degli oppioidi endogeni, della dopamina e dei neuropeptidi, che danneggiano il funzionamento dell’ippocampo, dell’amigdala, della corteccia prefrontale, e generano psicopatologie, tra le quali il PTSD (Post traumatici stress disorder) e la depressione.

Per comprendere questo aspetto è necessario definire cosa è traumatico. Parlando di esperienze traumatiche è importante distinguere tra quella riferita ad un evento unico e improvviso, e quella di un abuso prolungato e ripetuto.

Trauma singolo e trauma cronico ripetuto nel tempo

Trauma singolo e trauma cronico ripetuto nel tempo

Un trauma singolo o “acuto” produce nella mente la tendenza a ritornare sul ricordo, di solito ricordato nei suoi dettagli, per tentare di rielaborarlo cognitivamente in modo da integrarlo nella propria storia. L’integrazione, vero requisito della salute mentale, dipende dall’ippocampo e dalla corteccia prefrontale, aree del cervello che sono meno sviluppate nel bambino.

Nell’abuso prolungato e ripetuto la vittima non possiede questa capacità di rielaborazione retrospettiva e il più delle volte ricorre al diniego e alla paralisi psicologica. Alcuni studiosi, tra cui la Glaser parlano in questo caso di stress cronico.

“Si può affermare che mentre nel trauma acuto il soggetto si comporta nei confronti dell’esperienza traumatica come nei confronti di un corpo estraneo da espellere attraverso l’equivalente di una florida reazione infiammatoria, nel trauma o stress cronico ciò non avviene. Questa differenza è tanto più evidente quanto più è precoce l’esperienza sfavorevole. Infatti, molte situazioni di abuso e trascuratezza, benché sicuramente produttrici di uno stato emozionale gravemente negativo, non vengono percepite dal bambino come sopraffacenti nel modo delle tipiche esperienze traumatiche. Ma l’assenza dello sconvolgimento acuto non ha alcuna valenza protettiva, anzi apre la strada a un effetto pervasivo a carico dei processi di regolazione psicologici e biologici presenti nel bambino, dando luogo a reazioni più complesse e ancor più nefaste del disturbo da stress post-traumatico.

Si parla in questi casi di “trauma interno all’identità” opposto al “trauma esterno all’identità” che caratterizza le situazioni di trauma acuto.” (M. Malacrea, Vite in bilico, Quaderni del Centro di Nazionale di documentazione per l’infanzia e l’adolescenza, Firenze 2007).

Quando il trauma è cronico

Il trauma cronico nell’infanzia si produce in un contesto familiare dove le normali relazioni di protezione e di cura sono sovvertite. Il bambino, non potendosi allontanare dalla figura di attaccamento, poiché ne ha bisogno per sopravvivere, non struttura nei suoi confronti la “fiducia di base”, ma struttura comunque un legame segnato da sentimenti di impotenza, paura, tradimento. La mente di questi bambini è costantemente in allarme, essi sono sempre pronti a cogliere i segnali di una aggressione imminente, imparano a riconoscere gli stati emotivi e le espressioni del viso degli adulti, per potersi nascondere, difendere o calmare l’aggressore. Quando ogni difesa è resa impossibile, subentra la dissociazione.

La vittima impara a dissociarsi per sopravvivere, anche se internamente è ipereccitata, sviluppa la capacità di alterare la percezione del dolore, la coscienza e la memoria degli abusi o delle violenze; il bambino appare in uno stato di vigilanza congelata.

La dissociazione impedisce di integrare nella mente le percezioni, le emozioni, di dare un significato all’esperienza; se l’abuso si prolunga, il bambino impara a dissociarsi in maniera automatica, reprimendo la normale espressione dei sentimenti e impedendo una funzionale reazione al trauma.

Quanto più i bambini sono piccoli tanto più sono sensibili al trauma e all’abuso

Quanto più i bambini sono piccoli tanto più sono sensibili al trauma

I bambini piccoli maltrattati sviluppano le classiche risposte che vanno dall’ iper-eccitazione (hyperarousal) all’iper-adattamento al congelamento dissociativo. Vedi gli studi di Perry (1995) che mostrano come la maggior parte di bambini traumatizzati sviluppi con PTSD (Post-Traumatic Stress Disorder) disturbo che presenta una mescolanza di iper-eccitazione e di iper-adattamento:

l’ipereccitazione produce uno stato di allarme permanente, di attivazione e instabilità psichica continua, che non trova scarico in comportamenti utili e finalizzati di attacco o fuga (che sono impossibili, visto che il bambino non può né attaccare il caregiver, né fuggire da lui.) Subentrano sintomi fisici e psichici: tremore, batticuore, grande agitazione, ansia, che può portare ad insonnia, difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, incubi. Possono essere presenti: scarsa regolazione emotiva, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme, irritabilità o scoppi di ira o difficoltà a concentrarsi sui compiti.

Sul piano neurologico, la risposta allo stress coinvolge il sistema noradrenergico, con ricadute sulle funzioni psicologiche, cognitive, comportamentali mediate dallo stesso sistema, e produce sintomi dei bambini traumatizzati: iperattività, ansia, comportamento impulsivo, disturbi del sonno

L’iper-adattamento porta a una riduzione della reattività verso il mondo esterno, una sorta di ” paralisi psichica” o “anestesia emozionale”, che consente, nell’impotenza a difendersi attivamente, una riduzione dell’angoscia. I bambini traumatizzati si immobilizzano cognitivamente, spesso anche fisicamente, come se si congelassero.

Questo comportamento sovente produce un aumento dell’aggressività da parte dell’adulto, con la conseguenza che il bambino si disorienta maggiormente, diventa ancora più paralizzato e incerto. Sul piano neurologico si osserva in questi casi una iper-secrezione di cortisolo, che abbassa la reazione allo stimolo stressante ma può produrre, in futuro, depressione e riduzione della capacità di provare emozioni o interesse o amore nei confronti degli altri, fino ad arrivare alla scarsa sensibilità per gli altri, e all’incapacità di sintonizzazione relazionale. I bambini sottoposti a gravi esperienze di deprivazione mantengono il livello di base del cortisolo elevato.

Il bambino traumatizzato oscilla quindi da uno stato di eccitazione nervosa ad uno stato di estraniamento e di apatia, a momenti dissociativi e di regolazione emotiva che producono una disorganizzazione del normale stato di coscienza.

Questa continua alternanza disorienta sia il bambino, che chi se ne deve prender cura e impedisce una corretta diagnosi e una presa in carico. L’iper-eccitazione può venir interpretata come un disturbo della condotta, mentre i comportamenti di estraniazione e di congelamento possono essere letti come assenza di sofferenza psicologica, o come disturbo da deficit attentivo.

Stato d’ansia cronico

Stato di ansia cronico

La ricerca clinica sulle vittime di gravi traumi, fra cui quindi sono contemplate anche l’incesto, l’abuso sessuale ed il maltrattamento fisico ai danni dei minori, ha dimostrato che in genere la reazione alla violenza può essere di due tipi.

Il primo tipo di reazione è quella dissociativa, la seconda è quando predomina una reazione di aumentato arousal (cioè un iper eccitazione generale dell’organismo).

Quest’ultimo genere di soggetti sarà particolarmente vulnerabile rispetto a tutto ciò che comporta un’attivazione eccessiva dell’arousal e predisposto a sviluppare disturbi ad esso collegati (per esempio Disturbo Post Traumatico da Stress, Disturbi della condotta, Disturbi dell’attenzione, comportamenti violenti ed antisociali).

È stato infatti dimostrato dalle ricerche condotte da van der Kolk e dai suoi collaboratori, che questi bambini anche una volta diventati adulti hanno una iper-attivazione cronica dell’arousal fisiologico (anche con il battito cardiaco cronicamente accelerato rispetto alla norma), con tutto ciò che questo può comportare per esempio in termini di incapacità ad apprendere.

Se un bambino è sempre costantemente in una situazione di allarme e di attivazione fisiologica rispetto a questo allarme, non potrà di certo prestare attenzione a quanto per esempio la maestra sta spiegando; egli passerà il tempo ad osservare il comportamento extra verbale dell’insegnante per intravedere eventuali attacchi, oppure reagirà in modo eccessivo a stimoli che possono anche lontanamente ricordare il trauma etc…

Con questo genere di soggetti appare assolutamente decisivo il tipo di relazione che l’adulto instaura; il ragazzino infatti in queste situazioni sarà molto più attento al comportamento extra verbale dell’interlocutore che alle domande che gli vengono rivolte.

Anche bambini che appaiono perfettamente calmi possono in realtà trovarsi in questo tipo di stato emotivo.  Sono state inoltre condotte ricerche sugli animali per capire quali siano gli effetti dell’esposizione cronica alla violenza. Gli studiosi hanno scoperto che l’esposizione ripetuta a stimoli fortemente negativi (per esempio scariche elettriche) produceva nelle vittime reazioni cosiddette “condizionate” che potevano poi diventare indipendenti dallo stimolo e produrre nell’animale gravi conseguenze sia fisiche che psichiche.

Gli studi di Seligman alla fine degli anni sessanta hanno permesso di scoprire che gli animali esposti a scariche elettriche senza poter avere via di fuga, o senza poter prevedere quando la scarica elettrica si sarebbe verificata, avevano in conseguenza di ciò una serie di problematiche fisiche e psichiche molto gravi: le cavie sviluppavano quella che è stata definita come “impotenza appresa”, una assoluta incapacità a difendersi anche in tutte quelle situazioni di pericolo dalle quali avrebbero potuto scappare, ansia cronica, depressione grave, ulcere allo stomaco ed in alcuni casi anche alcune forme di tumore che portavano alla morte dell’animale .

Le reazioni più gravi si verificavano nei soggetti che erano costretti a vivere in situazioni di continuo allarme, per esempio le cavie alle quali venivano somministrate delle scosse elettriche senza preavviso, mentre meno grave era la patologia degli animali che vedevano preannunciata la scarica elettrica da un qualche suono che consentiva loro di poter vivere in relativa calma in tutti gli altri momenti della giornata.

Sono molti i bambini e gli adolescenti che vengono esposti per anni a forme croniche di violenza dalle quali non hanno via di fuga, e nei maltrattamenti fisici o negli abusi sessuali intrafamigliari gli assalti fisici e sessuali avvengono molto spesso senza alcun preavviso, senza che la vittima possa prevederli o mettere in atto strategie per evitarli o per difendersi. All’interno della famiglia maltrattante la violenza è molto spesso cronica, imprevedibile, senza una logica o una relazione di causa e effetto con il comportamento della vittima (per esempio il bambino non viene picchiato perché si è comportato male, ma perché la madre in quel momento è particolarmente stressata). Questi bambini devono imparare a crescere e sopravvivere malgrado il senso dominante di minaccia, devono adattarsi a questa atmosfera di timore costante.

Recentemente alcuni studi effettuati su un elevato numero di vittime di abusi sessuali e su bambini esposti ripetutamente a forme di violenza, hanno permesso di scoprire che lo sforzo dell’individuo di adattarsi a queste situazioni di continuo terrore e violenza può alterare lo sviluppo del cervello del bambino con conseguente cambiamento del suo funzionamento fisiologico, cognitivo e conoscitivo. In soggetti affetti dal Disturbo post traumatico da stress, adulti e bambini, sono state rilevate alterazioni croniche del funzionamento cardio vascolare, patologia che produce a sua volta delle alterazioni  nel cervello e nell’organismo: alterazioni del battito cardiaco, attivazione cronica ed anormale del sistema nervoso simpatico, alterazioni di alcune aree del cervello collegate alla memoria (per es. l’ippocampo), una diminuzione della serotonina (che sembra sia collegata all’aggressività e alla capacità di controllo degli impulsi etc.

Le vittime di gravi maltrattamenti e abusi sessuali nella maggior parte dei casi sviluppano problematiche psichiatriche, psicologiche e psicosomatiche assai gravi, anche nei casi in cui durante l’esposizione al trauma il soggetto sia stato in grado di mettere in atto meccanismi di difesa che gli hanno permesso di far fronte alla violenza. Molti di questi soggetti svilupperanno il Disturbo post traumatico da stress, con le drammatiche conseguenze che questa patologia porta in termini di incapacità di lavorare, di apprendere dall’esperienza, di instaurare relazioni affettive significative.

Un numero elevato di soggetti svilupperà comportamenti delinquenziali e antisociali, come ormai una vastissima letteratura ha inequivocabilmente dimostrato, altri ancora diverranno portatori di malattie psicosomatiche gravi, a volte anche invalidanti o mortali (per es. disturbi alimentari che sembrano altamente correlati agli abusi sessuali in età precoce). Infine un numero non indifferente di soggetti esposti alla violenza cronica durante l’infanzia (non necessariamente di tipo sessuale) svilupperà da adulto una qualche forma di perversione che in alcuni casi può portare l’individuo a commettere abusi nei confronti dei bambini. Il pedofilo diventa tale perché è stato un bambino non amato, non rispettato, certamente esposto a violenza cronica (sessuale o non sessuale questo ha poca importanza). La violenza genera violenza, affermano alcune importanti psicologi e psichiatri che hanno studiato il fenomeno sia dal punto di vista sociologico e antropologico che da quello clinico. Un bambino che non è stato amato non può saper amare da adulto.