HomeChi siamoDove siamoPrendere Appuntamento
Aree Tematiche
FAQ - Domande e Risposte
Esperienze traumatiche

disturbo post traumatico da stress studiato nei veterani di guerra

Disturbo post traumatico da stress.
 

Follia da guerra. Cosa succede ai sopravvissuti


In un servizio di Repubblica la testimonianza di chi ha visto l'orrore e non è riuscito  più a dimenticare
settembre 2011


Si chiama Ptsd, Post traumatic stress disorder. E' la malattia mentale che a volte colpisce i soldati al rientro dai teatri di guerra. Negli Stati Uniti i militari che ne sono vittima oscillano, secondo le stime, tra il 20 e il 40 per cento dei reduci. In Olanda e Norvegia attorno al 5. Nel Regno Unito attorno al 3/4. In Italia le Forze armate ammettono l'esistenza di due/tre casi all'anno, di fatto lo zero per cento. Abbiamo raccolto diverse testimonianze di militari, ex militari e esperti che mettono in dubbio questa "verità". Vale la pena di leggerle e ascoltarle


Alcune testimonianze esclusive


"Con quella bomba ho perso tutto" La guerra di Piero non è finita


"Non so se posso considerarmi felice di essere ancora vivo. Ho aggredito mio figlio perché mi ha sfiorato una spalla. Avevo la bava alla bocca e le pupille dilatate". Piero Follesa, reduce di Nassiriya, si sente tradito dall'Arma perché nessuno ha provveduto a "curare" le sue ferite di guerra. Niente sangue, nessun problema fisico, il suo disagio è tutto psicologico





GUARDA IL VIDEO video a cura di ANGELA DI SANTE






Dini: "Interessi convergenti per nascondere i casi di Ptsd"

Il Sostituto procuratore presso il Tribunale di Padova, a lungo magistrato militare, spiega perché in Italia le cifre dei soldati colpiti da stress post-traumatico sono così clamorosamente sottostimate





GUARDA IL VIDEO






"I dati italiani sono inesistenti eppure la sofferenza è autentica"

"Le differenze con gli altri Paesi sono evidenti". La psicologa Sabrina Bonino lavora al Centro di Igiene Mentale (Cim) di Finale Ligure, ha seguito alcuni dei reduci di Nassiriya. Racconta che tutti avevano paura di non essere creduti e che per questo portavano le foto dei corpi mutilati. Una testimonianza della loro sofferenza





GUARDA IL VIDEO

video di ANGELA DI SANTE, RICCARDO MOLINARI






Insonnia, incubi e flashback quei sintomi che si ripetono ogni giorno

"Ci aspettavamo un'incidenza pari a quella degli altri Paesi. Ma le statistiche raccontano che il fenomeno è quasi inesistente". Eppure, racconta lo psichiatra Daniele Moretti, del Centro di Igiene Mentale (Cim) di Finale Ligure, tutti i reduci che hanno avuto in cura manifestano i sintomi della sindrome postraumatica da stress





GUARDA IL VIDEO

video di ANGELA DI SANTE, RICCARDO MOLINARI








Tarantelli: "Vite rovinate dallo shock da battaglia"


(tratto da Repubblica, settembre 2011)

Un soldato nella base militare italiana di Nassiriya, entrata da una bomba nel novembre del 200. Il parere di una psicanalista: "E' semplicemente impossibile che i dati ufficiali delle Forze armate riportino un numero così basso di casi di 'Post traumatic stress disorder': ci sono solo due spiegazioni, o non li rilevano o non dicono la verità".

  • Dottoressa Tarantelli, i dati ufficiali delle Forze armate italiane riportano in media 2/3 diagnosi gravi di Ptsd su 19/20 casi segnalati, una situazione anomala rispetto a quella di tutti gli eserciti occidentali. E' verosimile?

"Impossibile. Semplicemente impossibile. Ci sono solo due spiegazioni: o non li rilevano o non dicono la verità. Queste percentuali sono sempre costanti. Non esiste una popolazione più immune di altre. La strutturazione della psiche occidentale è simile: per forza di cose questo disturbo può essere rintracciato nell'Esercito italiano. Non solo, sono pronta a scommettere la mia reputazione sul fatto che tutti i soldati coinvolti in scontri attivi siano esposti al trauma. Anche se va fatta una precisazione importante: la reazione traumatica può essere scatenata solo da un confronto, diretto o indiretto, con la morte violenta: come rimanere ferito o vedere un compagno che cade morto".

In Olanda, per parlare di un contingente non così "aggressivo" come quello statunitense, la percentuale di Ptsd è attorno al 5 per cento...
"E allora si può fare una trasposizione automatica, a parità di esposizione al rischio: quel che vale per gli olandesi vale anche per il nostro contingente. Inoltre gli olandesi sono stati tra i primi e i migliori studiosi del trauma".

  • Perché in Italia la letteratura scientifica sullo "shock da battaglia" è così scarsa?

"Dalla Prima guerra mondiale fino al Vietnam questo filone di studi sul trauma, ormai imponente nel mondo anglosassone, dove è penetrato nella coscienza collettiva, si comporta come un fiume carsico: va sotto, viene rimosso, dissociato, non se ne parla più, e riemerge nel conflitto successivo. Del Vietnam è rimasto un fiume visibile, nonostante i continui tentativi dell'Esercito statunitense di negare - come in Irak e in Afghanistan - e questo è uno dei motivi per cui la storia di questo trauma non può esser lasciata nelle mani degli eserciti. Credo che in Italia tutto questo non ci sia stato: in letteratura si trova qualche traccia, ma non ci sono stati sviluppi".

  • Il Ptsd fa pensare ai casi eclatanti, ma le statistiche parlano di un disagio più diffuso e meno visibile.

"Sì, i casi di Ptsd o cosidetto "grande trauma", portano sintomi evidenti. Queste persone sono come  "rapite"  dalla memoria di quello che gli è successo e nel rivivere quel momento, con i flashback e le memorie intrusive, sono completamente invalidati. Un disagio più diffuso è quello dei trumatizzati che stanno "all'ombra del radar": non hanno una sintomatologia evidente, ma sono danneggiati in profondità. Queste persone vengono svuotate dal trauma fino a ridursi a uno stato di mera sopravvivenza. Sono vite minime. Sono vite senza affetti, senza piaceri, senza progetti. Sono vite rovinate".

  • E se una "vita rovinata" entra nelle Forze dell'ordine?

"E' un problema. In questi casi può esser sufficiente un piccolo elemento di realtà, collegato al ricordo, a riattivare la reazione traumatica, a slatentizzare il ricordo intrusivo, creando una situazione potenzialmente ingestibile e pericolosa, specie se il soggetto lavora in situazioni a rischio. Ad esempio, uno sparo può rievocare un'esplosione e riattivare il ricordo. E' un pericolo anche per i colleghi, che magari non lo conoscono, non sanno di questa eventualità, né sanno riconoscere i sintomi. Così, se il soggetto a rischio dà in escandescenze in una situazione potenzialmente violenta, i colleghi di pattuglia, per esempio,  come possono reagire? Che ne sanno di come si gestisce una crisi? Anche questo è un problema". (r.s.)






Dalla Grande guerra all'Irak un secolo di orrori e follia


Prima guerra mondiale I folli, anzi gli "scemi di guerra" - come li ha chiamati la tradizione popolare - sono stati chiusi nei manicomi e se ne è persa (quasi) ogni traccia ("Scemi di guerra. La follia nelle trincee", di Enrico Verra, Rarofilm). Scrive Valeria Babini in "Liberi tutti. Manicomi e psichiatria in Italia: una storia del Novecento" (Bollati Boringhieri, 2009): "La guerra ha prepotentemente messo sotto gli occhi degli psichiatri italiani l'esistenza di una 'strana malattia' (...) Gli psichiatri italiani si allontanano con fatica dall'idea di una predisposizione ereditaria alla malattia mentale". E' la nevrosi traumatica di cui aveva iniziato a parlare Freud.

Seconda guerra mondiale
Gli studiosi che si sono spinti in trincea mettono in evidenza un altro aspetto del trauma: costringere l'uomo a uccidere un suo simile ha effetti devastanti. Pino Arlacchi, in "L'inganno e la paura" (Il Saggiatore, 2009) riporta uno degli studi più famosi, apparso nel 1947, di Samuel Marshall, storico militare americano: su 100 combattenti, non più di 25 sparavano davvero contro il nemico, i rimanenti 75 restavano passivi o smettevano subito dopo aver iniziato. Secondo studi successivi fino all'80 per cento sceglie di evitare lo scontro violento.

Vietnam
E' il primo conflitto "asimmetrico": il nemico può venire da ogni parte. Sul piano psicologico è la guerra più devastante. Secondo alcune fonti il numero di suicidi dei soldati rientrati dal fronte ha superato il numero dei morti al fronte (58mila morti in battaglia/60mila suicidi). Su queste stime la controversia non è mai cessata: a fronte di chi le ha criticate in eccesso, c'è chi si è spinto a stimare i suicidi tra i veterani fino a 100mila. E' in seguito a questa guerra che venne introdotta nel Dsm IV - il manuale diagnostico psichiatrico - la categoria di Post Traumatic Stress Disorder, estesa poi al mondo civile. Casi di reduci dal Vietnam con Ptsd continuano a venire alla luce ancora oggi.

Guerra del Golfo (anni Novanta)
Il numero dei casi di  Ptsd è alto ma i numeri sono vaghi. Nell'ordine di decine di migliaia, comunque. Caratteristica degli studi effettuati durante la Guerra del Golfo, grazie alle tecniche di neuroimaging, è la scoperta della riduzione del volume dell'ippocampo, la zona della memoria (con l'amigdala) deputata a elaborare il ricordo traumatico. Riduzione stimata nel 10 per cento.

Irak (secondo conflitto, 2003) e Afghanistan (2001) I soldati che hanno riportato gravi danni psicologici solo negli Stati Uniti sono stati stimati in oltre 300mila. A questi vanno sommate le migliaia provenienti dalle altre forze della coalizione.





Gran Bretagna, una casa per i reduci allo sbando

Qui l'allarme è alto: le organizzazioni non profit che lavorano nel settore stimano che un quarto di chi esce dalla Forze armate prima o poi finisce per diventare un senzatetto. E molti gruppi territoriali rispondono creando una sorta di "casa-base" per accudirli a rotazione.

"Contribuisci a dare un letto a un veterano, o mettigli una giacca calda sulle spalle, con 10 pounds comprerà la giacca!". Quasi non si contano i siti che si rivolgono direttamente ai cittadini per il fenomeno dei "reduci-senzatetto". In realtà alcune charity - organizzazioni non profit, molte di queste si occupano specificamente dei veterani - avevano dato l'allarme già nel 2002, stimando che un quarto di chi usciva dalle Forze armate prima o poi sarebbe finito a dormire per strada. E ogni anno a uscire dall'esercito sono in 20mila. Tuttavia, secondo un report dell'Università di York, del 2006, i numeri parlano di 1.100 casi certi sotto cura delle organizzazioni, nella sola Londra, a fronte di un numero più alto ma indeterminato di reduci senzatetto che si aggirano per la strade della Gran Bretagna. Non c'è un'età media: ci sono i reduci ventenni (fenomeno più recente) come molti - forse i più - sono quelli sulla via della cinquantina, congedati magari dopo 15, 20 anni di servizio.

La risposta britannica ha visto nascere, di recente, molte piccole iniziative territoriali, in aggiunta al lavoro delle grandi organizzazioni non profit, le charity "storiche". Molte delle neonate organizzazioni intervengono tamponando il problema soprattutto sul piano dei bisogni di base. Altre, come la Community Housing & Therapy (Cht), considerano la vita di strada da un'angolazione più radicale: come un "sintomo", puntando così su una risposta articolata sul piano psicologico. Quindi, oltre a offrire alloggio, e alle attività di supporto per la ricerca del lavoro e di training per imparare un mestiere, offrono un percorso psicoterapeutico individualizzato e di gruppo, gestito da personale specializzato: è il progetto Home Base.

"La cadenza degli incontri è settimanale, le problematiche sono complesse ed è importante saper diversificare l'intervento", racconta Natalie Scofield, coordinatrice del Progetto Home Base.

 Una storia abbastanza esemplare, spiega Scofield, è quella di Thomas: "Oggi ha 48 anni e ne aveva 16 quando si è arruolato. Il congedo è arrivato dopo 13 anni di servizio: in pratica è cresciuto all'interno dell'istituzione delle Forze armate (anche il padre era arruolato), ha vissuto girando di base in base". "Per quest'uomo il congedo ha segnato una vera e propria perdita d'identità: oggi ha crisi d'ansia invalidanti, un quadro depressivo grave, e soprattutto non ha parenti su cui contare: la madre è alcolizzata (uno dei motivi che lo spinse ad arruolarsi), con il padre non si parlano e con i fratelli non ha mai avuto un vero legame". E questo gli crea seri problemi nel costruire nuove relazioni. "Poi si è sposato ma le sue continue crisi d'ansia lo convinsero che lasciare la famiglia fosse la cosa migliore per tutti: sono anni che non vede i suoi figli".

Alla Home Base Thomas ha conosciuto persone con storie simili alla sua, e con loro riesce a stabilire un qualche rapporto. Un buon rapporto l'ha stretto anche con lo staff dell'Home Base, e questo è importante, racconta Scofield, perché "spesso si allontanano, ma se è stato costruito un rapporto solido nei momenti acuti tornano, per loro lo staff diventa un punto di riferimento". Nel piccolo ostello in cui è installata la comunità per i veterani ci sono 21 letti. I terapeuti della Cht assitono circa 55 pazienti provenienti dalle forze armate ogni anno, e il Ptsd o un più comune "trauma complesso" (ansia, depressione, flashback, difficoltà di comportamento e abuso di alcol e droghe) sono il quadro clinico più ricorrente.





Quando la paura diventa abitudine
"Io, fidanzata di un uomo in missione"




Elena è stata fidanzata per tre anni con un giovane ufficiale dell'aeronautica, M., e racconta un po' di quel "mondo". Ha trent'anni, è milanese e insegna in una scuola secondaria della sua città. Lui è del Sud, stessa età, tre missioni all'attivo (in Irak e in Afghanistan). Giovanissimo si è iscritto alla Scuola di guerra aerea, a Firenze. Poi è stato trasferito a Milano, dove vive da una decina d'anni

  • Il tuo ex fidanzato che mansioni svolgeva in missione?
"Si occupava di logistica: quanto materiale deve arrivare, quanto ne deve partire, eccetera. Lavorava all'ufficio della base, insomma, non lavorava nelle situazioni davvero a rischio, come in pattuglia, o di guardia... anche se è quello che avrebbe voluto...".

  • In che senso?
"Chiedeva lavori sempre più rischiosi, come quello di contatto con la popolazione, o di istruire la polizia afghana. Voleva andare nelle zone 'calde': dove c'era tensione, lui voleva esserci. Quando stavamo assieme, comunque, lavorava alla base dell'aeroporto".

  • La base è un posto sicuro?
"Per niente. Ci sentivamo tutti i giorni e spesso ho sentito scattare l'allarme: a un tratto rumori di ogni genere nel sottofondo, caos, e lui chiudeva. Oppure cadeva la linea all'improvviso e non lo sentivo per giorni, nemmeno tramite Roma riuscivo ad avere notizie. Solo al rientro mi spiegava che la base era stata sotto attacco. La vita quotidiana laggiù è questa: attacchi, allarme, fuga in bunker in cui c'è un caldo atroce, tutti pigiati, per ore, finché non viene dato il segnale del passato pericolo".

  • Che altro ti  raccontava?
"Che l'atterraggio e il decollo degli aerei italiani che portano i rifornimenti sono i momenti più pericolosi, perché provano a colpirli con i razzi, ad esempio. Così gli aerei a volte nemmeno atterrano, ma si tengono ad alta quota e lanciano i viveri con il paracadute. Gli sparano lo stesso ma è più difficile prenderli. Poi però sta a quelli della base andare a prendere i pacchi, e magari sono caduti lontano a chilometri di distanza, in zone non protette. E lì sì che è pericoloso".

  • Aveva paura?
"Io credo di sì, ma di carattere è sempre stato spavaldo: se c'erano ragazzi che dopo qualche giorno volevano rientrare, o piangevano, o stavano male, per lui questo era un motivo di orgoglio. Si sentiva un duro".

  • E' mai stato fuori dalla base?
"Sì, certo. Dei racconti delle uscite dalla base la cosa che più mi è rimasta impressa è che le strade erano tutte piene di brandelli di corpi. Perché quasi ogni giorno laggiù qualcuno si fa saltare in aria, mentre qui, in Italia, noi veniamo a sapere solo degli attenati che 'riescono', diciamo così, perché solo in quel caso la tv ne parla".

  • Ha mai documentato quel che ha visto?
"Tornava a casa con una marea di fotografie da incubo. Io all'inizio ero incredula: 'Questo è un film', mi dicevo. Cioè, capivo che era vero, ma non riuscivo a crederci. Stavo male, non volevo vederle, credo fosse una reazione normale. Come si deve reagire di fronte alla foto di un piede attorcigliato nel filo spinato?".

  • Anche lui fotografava?
"Sì, certo: laggiù tutti ne fanno. La sua prima fotografia mostrava i resti di un afgano che si era lanciato contro l'aeroporto con l'espolsivo addosso, con una macchina. Lo avevano 'fermato' a una ventina di metri, nel senso che era esploso prima di raggiungere la base. Era a Herat, in Afghanistan. Questo disgraziato ovviamente era in mille pezzi. Rimasi allibita: 'Ma come, di fronte a una cosa del genere ti sei messo a fare le foto?'. La sua replica poi è diventata un ritornello: 'La prima volta ti fa impressione, poi ti abitui'".

  • Perché fotografare, secondo te?
"Non lo so. Ma a ogni missione questa mania delle foto cresceva: ne circola un'infinità. Credo che se le mostrino tra di loro, che se le scambino, magari per far vedere a chi non è andato in missione: 'Guarda cosa ho visto', 'guarda dove sono stato', 'guarda come sono coraggioso'".

  • L'ha cambiato questa esperienza?
"Sì. Direi proprio di sì. Era diventato ipersensibile a qualsiasi stimolo esterno: un rumore, qualsiasi cosa, e scattava. Aveva perso l'appetito e il rapporto sonno-veglia era tutto scombussolato. Ma soprattutto si è allontanato da tutti i legami. Si è "anestetizzato", in un certo senso. Era strano, da una parte c'era questo prendere le diatanze da tutti gli affetti, e dall'altro cresceva questo cercare situazioni limite...".

  • In che senso?
"Credo che le scariche di adrenalina, come l'allarme, la fuga, il crollo di tensione successivo a quei momenti, gli mancassero. Sembra assurdo ma credo che sia così: ogni volta che tornava non faceva altro che ripetere che qui si sarebbe suicidato dalla noia e che doveva tornarè laggiù. E anche alcuni suoi amici, intendo quelli come lui, sembrava che ne avessero bisogno. Quasi come di una droga. Il suo non era il caso del 'povero disgraziatò che 'deve partire altrimenti non sa come pagare il mutuo'... Insomma, che dovevo pensare di uno per cui diventa normale stare in una situazione anormale e un incubo la quotidianità? "

  • Perché è finita?
"E' finita per tanti motivi. Quello che mi faceva stare male era questo mondo mortifero in cui entrano e che si portano sempre dentro. Mettono una distanza che nel tempo diventa sempre più una frattura, e sei impotente. Mi impressionò molto come si distaccò dai genitori, soprattutto dalla madre. Non andava quasi più a trovarli. Una volta, in un anno, scese solo il giorno di Natale. Se sua madre lo chiamava, era sbrigativo. E così lei chiamava me, disperata. Ricordo che una delle ultime volte mi disse: 'Nemmeno mi permette più di abbracciarlo'. Credo che alla fine si stesse allontanando anche da me".

  • Contatti con il mondo militare?
"E' un mondo di omertà. Ricordo una cena, l'unica con un "alto grado", diciamo così: un personaggio ridicolo, ma lui era contento di presentarmelo. A un certo punto raccontai di un articolo che avevo letto, ricordo poco, solo che erano test fatti da medici americani per misurare i cambiamenti delle reazioni nei soldati: era interessante perché c'era un confronto tra prima e dopo la missione. Poiché il mio fidanzato faceva quel lavoro, ovvio che fossi interessata. Quando chiesi a questo ufficiale se anche in Italia si facevano ricerche simili calò un silenzio che mi raggelò. E dopo fui sgridata in malo modo. Ricordo molto bene: 'Stress, paura, sono parole che non si devono nemmeno pensare, figuriamoci dirle, figuriamoci a un colonnello! Ora prendiamo un taccuino e ti faccio io un elenco delle parole che si possono dire e di quelle che non si possono dire!". Rimasi malissimo, anche perché non capivo: che avevo detto di strano?". (r.s.)


ptsd, PTSD, disturbo post traumatico da stress, traumi psichici, conseguenze traumi, cura ptsd