SEPARAZIONE E GESTIONE DEI CONFLITTI

La crisi familiare e la separazione sono tra le situazioni più
dolorose e stressanti che possano capitare nella vita. 
Quando si pensa alla separazione normalmente si pensa alla parola
fine… la fine di una relazione, la fine di un progetto,
  a volte la fine di un sogno… Non è facile
vedere
  la  fine come 
la possibilità per un nuovo inizio…
Perchè questo possa avvenire è fondamentale riuscire a gestire la
naturale conflittualità che la separazione porta con sé.
Le coppie che stanno affrontando la fine della loro unione possono
arrivare ad una separazione non conflittuale, 
sana e rispettosa, lavorando insieme ad una riorganizzazione delle
relazioni familiari , continuando ad essere genitori e a collaborare anche dopo
la fine del matrimonio. Riuscire però a mantenere distinto ciò che appartiene
al rapporto moglie-marito da quello bambino-madre e padre, può risultare
complicato. Il grande dolore che si prova in quel momento può alimentare
sentimenti di rivalsa che fanno dimenticare che
la separazione non è una guerra e che non ci dovrebbero essere né
vincitori e ne vinti.
Sono numerose le
ricerche che hanno dimostrato gli effetti positivi sui figli della diminuzione
del conflitto coniugale. Come fare quindi per tutelare i bambini e anche la
genitorialità materna e paterna?
Il primo passo è provare a dividere la sofferenza, la rabbia, la
delusione che spesso riguardano il rapporto tra marito e  moglie da ciò che appartiene al legame che
unisce i genitori.  E’ importante  imparare a governare le emozioni negative che
alimentano i conflitti
per poter
arrivare alla
comprensione
reciproca e alla comunicazione necessarie a trovare accordi che rispettino le
necessità di entrambi e soprattutto rispondano ai bisogni dei figli.

Dr Sara Filippi
Psicologa Psicoterapeuta

Ordine degli Psicologi
del Piemonte
– Seminario –
MMPI-2 e MMPI-2-RF a
confronto.
L’utilizzo nella pratica clinica19 giugno
2017 – Ore 10.00–13.00
presso Circolo della
Stampa, Palazzo Ceriana Mayneri
Corso Stati Uniti, 27 –
Torino
Il Minnesota Multiphasic
Personality Inventory (MMPI) è un validissimo strumento d’indagine
della personalità, conosciuto come uno dei self-report più
utilizzati in ambito di screening psicopatologico, giuridico-peritale
e di selezione del personale.
Negli ultimi 15 anni lo
strumento ha conosciuto un proficuo miglioramento nelle sue
potenzialità interpretative, una revisione delle scale di validitá,
e la nascita di una versione semplificata.
Considerando la grande
importanza, per l’esperto in psicodiagnostica, di conoscere la
reale utilitá dei test che andrá ad applicare, le loro
potenzialitá, i limiti insiti nelle prove stesse e le
rispettive situazioni di impiego, l’Ordine degli
Psicologi del Piemonte ha previsto, a Torino il 19 giugno 2017, un
Seminario dedicato proprio al confronto tra i due sistemi MMPI-2 ed
MMPI-2 RF (
Restructured Form).
Per registrarvi o
conoscere i dettagli relativi al Seminario vi invitiamo a cliccare su
MMPI-2
e MMPI-2-RF a confronto. L’utilizzo nella pratica clinica
http://www.ordinepsicologi.piemonte.it/BookingRetrieve.aspx?ID=55751
Con l’occasione, vi
ricordiamo che Synergia Centro Trauma dispone di un servizio di
Valutazione Psicodiagnostica che prevede l’impiego del questionarioMMPI nelle versioni MMPI-2, MMPI-A ed MMPI-2 RF. Possiamo somministrare TEST sia in ambito clinico, per aiutare lo psicologo a fare una diagnosi corretta, sia in ambito giudiziario, quando serve un perito di parte per somministrare o commentare un test.
Dr. Cristina Cibrario, psicologa

Test di Rorschach in ambito forense. Corsi di formazione

CONSULENZA TECNICA
PER L’AFFIDAMENTO DEI MINORI
 e VALUTAZIONE
PERITALE DEL DANNO PSICHICO

i nuovi corsi formativi
per operare nel campo delle CTU e CTP
L’intervento valutativo
di tipo forense, ai fini di una Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU),
di una Consulenza Tecnica di Parte (CTP) o di una Perizia, richiede
al professionista incaricato requisiti professionali specifici. Tra
questi rientrano un’adeguata formazione nell’ambito psicologico
forense e una specifica conoscenza teorica e pratica della
Psicodiagnostica, che prevede l’impiego di strumenti specifici come
il Test di Rorschach, il MMPI, il TAT, test grafici e altri reattivi
utilizzati in ambito giudiziario per la valutazione dello stato
mentale di un soggetto. Oltre a ció, vige l’obbligo di formazione
continua.
Sulla base di questa
premessa siamo lieti di segnalare l’attivazione di due corsi
formativi rivolti a Psicologi, Psichiatri, Neuropsichiatri, studenti
o specializzandi in tali discipline, interessati a lavorare
nell’ambito delle CTU o delle CTP, oppure ad approfondire le
proprie conoscenze in questo settore.
I corsi formativi,
promossi dall’Associazione Italiana di Psicodiagnostica Rorschach e
Psicologia Forense, sono i seguenti:
  • “La Consulenza
    Tecnica per l’affidamento dei minori”:
    Corso formativo
    intensivo per operare come CTU/CTP nei procedimenti di affido
    minori, nella separazione/divorzio dei genitori, nei casi
    di limitazione della potestà parentale e nell’affido
    extrafamiliare;
  • “La Valutazione
    Peritale del danno psichico”
    : Corso formativo intensivo per
    operare come CTU/CTP nei procedimenti di risarcimento.
Per consultare le date, i
programmi e altre informazioni relative ai corsi, potete consultare l’istituto di Rorschach forense con sede a Roma
Come sostiene Fornari
(2012), in ambito clinico-forense l’attendibilitá dei risultati
ottenuti nel corso delle indagini peritali e la “scientificitá”
della prova provengono dagli strumenti utilizzati e dal metodo che
caratterizza il percorso valutativo, che deve essere rigoroso e
rispettoso della deontologia, sia che si tratti dell’ambito civile
o dell’ambito penale.
È pertanto fondamentale
affidarsi a Centri riconosciuti e a professionisti certificati che
operano con serietá in questo settore.
Con l’occasione, vi
ricordiamo che Synergia Centro Trauma dispone di un servizio di
Valutazione Psicodiagnostica rivolto a Studi Legali, Enti
territoriali pubblici e privati, pazienti e persone interessate ad
approfondire la propria conoscenza di se stessi. Rivolgetevi a noi
per la richiesta di Perizie, Consulenze Tecniche, esami
psicodiagnostici completi, somministrazione di singoli test, ma anche
per la contro-verifica di test somministrati da altri esperti.

Dr. Cristina Cibrario, psicologa

ADOLESCENZA: TRA BISOGNO D’AMORE E PENSIERI DI MORTE.

E’ di queste settimane l’angoscia dilagante, non solo dei genitori, relativa alla scoperta su internet di chat che adescano e inducono al suicidio. 

In un mondo in cui tutti siamo connessi e tutto è a portata di clic, ciò che gli adolescenti ci raccontano a gran voce è la mancanza di relazioni vere e il bisogno di qualcuno che sia disposto ad ascoltarli e a guardarli negli occhi, riconoscendo importanza e significato a ciò che provano.

spesso diamo la colpa agli adolescenti e ai nostri figli di essere troppo “attaccati” al cellulare o al pc… Ma questo è solo un modo per stare con gli altri…  Forse toccherebbe a noi adulti meditare su quanto noi stessi siamo disposti a stare con loro… 
Se noi adulti siamo disposti ad ascoltare e ad essere curiosi verso il loro mondo, io penso che la nostra relazione con loro potrebbe diventare una buona alternativa alle chat virtuali.


Vi allego il link, e per comodità anche l’articolo qui sotto, di un meraviglioso articolo che il professor D’avenia ha scritto proprio su questo argomento, partendo da un serie tv incentrata sulla mancanza d’amore che porta un’adolescente al suicidio.

Buona lettura.

Dr Olivero Giovanna
psicologa  psicoterapeuta
specialista età evolutiva


http://www.profduepuntozero.it/2017/05/19/tredici-lassordante-vuoto-damore-serie-tv/

Tredici: l’assordante vuoto d’amore in una serie TV

La serie tv «Thirteen reasons why» («Tredici» in Italia) racconta la storia di una 17enne suicida che lascia tredici audiocassette per spiegare le ragioni del suo gesto.
***
Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.
La Stampa, 18 maggio 2017